C’è un paradosso curioso nel modo in cui l’Italia ha storicamente trattato le energie rinnovabili: costruire un capannone industriale è sempre stato più semplice che installare un impianto solare su un terreno dismesso. Per decenni, chi voleva produrre energia pulita si è trovato intrappolato in un labirinto burocratico che poteva durare anni — autorizzazioni, valutazioni d’impatto, ricorsi, controdeduzioni. Un percorso a ostacoli che scoraggiava anche i più motivati.
Oggi, qualcosa sta cambiando. E il Piemonte è tra le prime regioni italiane a muoversi concretamente in questa direzione.
Cosa sono le zone di accelerazione e perché esistono

Il nome suona tecnico, quasi asettico. Ma dietro la formula «zone di accelerazione» si nasconde un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria: ci sono luoghi — aree industriali abbandonate, discariche esaurite, siti contaminati in attesa di bonifica — dove installare impianti fotovoltaici non dovrebbe richiedere anni di iter burocratici. Luoghi che nessuno vuole, che hanno già pagato il loro tributo ambientale, e che ora possono riscattarsi producendo energia pulita.
La Giunta Regionale del Piemonte ha avviato formalmente il piano PRIZAT, approvando la Relazione Tecnica Preliminare e il Rapporto ambientale preliminare per l’individuazione di queste zone sul territorio regionale. È il recepimento concreto della direttiva europea RED III e del decreto legislativo 190/2024: una cascata normativa che, partita da Bruxelles, sta finalmente atterrando nei comuni piemontesi.
Le aree «pronte da subito» — come le definisce la normativa — sono essenzialmente tre categorie: le aree industriali esistenti di almeno cinque ettari, le discariche e i lotti post-mortem, e i siti contaminati oggetto di bonifica. In questi contesti, i procedimenti autorizzativi possono essere dimezzati nei tempi, e in certi casi è persino possibile l’esonero dalla Valutazione di Impatto Ambientale, a patto di adottare adeguate misure di mitigazione.
Una storia di industrializzazione che si reinventa
C’è qualcosa di quasi poetico in tutto questo. Il Piemonte è una regione con una storia industriale profondissima: fabbriche, capannoni, aree produttive che hanno segnato il paesaggio per tutto il Novecento. Molte di queste realtà oggi sono ferme, silenziose, a volte contaminate da decenni di attività. Sono le cicatrici visibili di un modello economico che ha generato ricchezza ma anche costi ambientali enormi.
L’idea che proprio quei luoghi possano diventare centrali di produzione energetica pulita è, in un certo senso, una forma di giustizia storica. Non si tratta di occupare nuove campagne o sacrificare suolo agricolo — una delle critiche più frequenti mosse agli impianti rinnovabili di grande scala — ma di dare una seconda vita a spazi già compromessi.
La stessa logica si applica ad altre aree considerate «idonee prioritarie»: i tetti e le facciate degli edifici, i parcheggi coperti, le fasce entro trecento metri dalle autostrade, gli invasi idrici, le miniere dismesse. Sono tutti luoghi che hanno già subìto una trasformazione antropica significativa. Installarci il fotovoltaico non aggiunge impatto: semmai, lo converte in qualcosa di utile.
Il fotovoltaico domestico e il riscaldamento: un legame più stretto di quanto si pensi
La questione delle zone di accelerazione riguarda prevalentemente gli impianti di grande taglia, quelli che producono energia per la rete. Ma la semplificazione normativa in corso coinvolge anche i privati. Per gli impianti fotovoltaici residenziali su tetto fino a duecento chilowatt, il decreto legislativo 190/2024 ha introdotto il regime di edilizia libera: nessun titolo edilizio, solo la pratica di connessione alla rete. Una svolta silenziosa, che molti proprietari di casa ancora non conoscono.
E qui il discorso si fa interessante per chi pensa al riscaldamento domestico. L’energia solare prodotta sul tetto non serve solo ad alimentare elettrodomestici o a cedere kilowattora alla rete: sempre più spesso viene abbinata a sistemi di riscaldamento che ne sfruttano l’abbondanza nei mesi estivi e la integrano con altre fonti nei mesi invernali. Il fotovoltaico da solo, però, non scalda una casa nelle notti di gennaio quando il sole è basso e le ore di luce sono poche.
È per questo che molte famiglie stanno scegliendo soluzioni ibride: un impianto solare per la stagione calda e la produzione di energia elettrica, e un sistema a biomassa — stufe o caldaie a pellet — per i mesi freddi. La biomassa ha il vantaggio di essere programmabile, indipendente dal meteo e capace di mantenere una temperatura costante anche nelle giornate più rigide. Chi vuole approfondire questa combinazione può trovare spunti interessanti esplorando l’offerta di Pasian, produttore italiano di stufe e caldaie a pellet con una lunga esperienza nel settore.
Cosa ci dice questa storia sul modo in cui stiamo cambiando
Le zone di accelerazione non sono solo uno strumento urbanistico. Sono il segnale di un cambiamento culturale profondo nel rapporto tra istituzioni, territorio ed energia. Per la prima volta, la burocrazia non viene semplicemente semplificata: viene rovesciata. Invece di chiedere a chi vuole produrre energia pulita di dimostrare che non nuoce, si parte dal presupposto che certi luoghi siano già adatti — e si lascia fare.
È un approccio pragmatico, forse persino un po’ anglosassone nel metodo, che stride con l’immagine tradizionale dell’Italia come paese dove ogni permesso richiede un altro permesso. Ma forse è proprio questo il punto: quando la posta in gioco è alta — e la transizione energetica lo è — anche i sistemi più consolidati trovano il modo di adattarsi.
Il Piemonte, con la sua storia industriale e le sue aree dismesse, è in qualche modo il laboratorio ideale per questo esperimento. Resta da vedere se la mappa delle zone di accelerazione, una volta completata, sarà all’altezza delle ambizioni. Ma il fatto che si stia parlando — concretamente, con atti formali e relazioni tecniche approvate — è già, di per sé, una notizia.
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